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«Come stai Paolo?» Un consiglio semplice per non ammalarsi

12 febbraio 2016

Paolo ha 55 anni e gode di ottima salute.
Ma, volendo, potrebbe trovarsi di sicuro una dozzina di malattie…

In effetti, a volte gli capita di arrabbiarsi alla guida, o quando i suoi clienti contribuiscono ad aumentare il suo stress. Se un medico gli misurasse la pressione in quei momenti, la diagnosi sarebbe chiara: ipertensione.

Paolo è alto 1,83 e pesa 84 chili: il suo indice di massa corporea (BMI) è di 25,1. Un BMI “normale” va da 20 a 24,9.
Diagnosi: sovrappeso.

Quando mangia alcuni cibi, a volte Paolo sente un intenso bruciore nella parte inferiore del petto, proprio sopra lo stomaco. Questo accade soprattutto dopo aver bevuto succo d’arancia concentrato o succo di mela.
Diagnosi: reflusso gastroesofageo.

Di notte Paolo si sveglia abbastanza spesso, per andare in bagno ed alleviare la vescica.
Diagnosi: iperplasia prostatica benigna.

La mattina, quando Paolo si alza, si sente un po’ “rigido” a livello della schiena e alle gambe: ha bisogno di qualche minuto per ritrovare flessibilità e  mobilità.
Diagnosi: malattia degenerativa delle articolazioni.

Paolo poi ha spesso le mani fredde: ne soffre molto in inverno e quando piove. Se poi nevica, non esce mai senza un doppio paio di guanti! Il caffè aggrava il problema, ma l’alcol lo allevia.
Diagnosi: malattia di Raynaud.

Paolo ha preso l’abitudine di fare liste della spesa e elenchi di cose da fare per non dimenticare niente. Ha qualche difficoltà a ricordare il nome delle persone. Poi, certo, non si dovrebbe lasciare in giro il codice della carta di credito o le proprie password, però lui ha annotato tutto in un quadernino, conservato in un cassetto della sua scrivania (e anche nello smartphone, non si sa mai).
Diagnosi: decadimento cognitivo lieve, pre-Alzheimer.

Ma questo è niente. Paolo otterrebbe molte più diagnosi se andasse da un medico per fare un “check-up” completo.

Una moltitudine di “malattie” nascoste

Basterebbe infatti che Paolo facesse esami del sangue approfonditi (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine) compresi i test ormonali.
È praticamente certo che almeno un valore risulterà anomalo, sulla ventina di quelli misurati.
Ma Paolo (e magari sua moglie) potrebbero davvero preoccuparsi se si sottoponesse ad una TAC completa e ad una colonscopia: noduli nei polmoni, cisti ai reni, polipi nel colon, cellule cancerose alla prostata, ernie e varie anomalie delle ossa… è quasi certo che gli si scoprirebbero diversi segni sospetti (e preoccupanti).

Diagnosticare una malattia non comporta alcun miglioramento per il paziente

Spesso immaginiamo che sia vantaggioso farsi diagnosticare le malattie il prima possibile, perché così saranno più facili da curare.
Questo non è però clinicamente dimostrato.
In tutti i casi sopra citati , il fatto che Paolo si accorga di avere “un’anomalia” dopo un esame medico, non eviterà che questa anomalia si evolve; e assumere farmaci o sottoporsi a interventi chirurgici con ogni probabilità gli farebbe solo correre inutili rischi.
Se paolo si sente in buona salute la cosa importante per lui è quella di continuare a godersi la vita senza cercare di crearsi problemi.
E, comunque, l’unico modo per impedire sviluppi sfavorevoli di “anomalie”, è seguire uno stile di vita sano.

Ammalati o sani, questo è raccomandato per tutte le persone che desiderano evitare guai e sentirsi meglio.

Mezzi investigativi molto potenti (ma forse troppo)

Ogni anno che passa, le apparecchiature per TAC e risonanza magnetica nucleare diventano sempre più potenti e gli esami sempre più comunemente prescritti.
Le nuove TAC permettono di visualizzare sezioni del vostro corpo dallo spessore di un millimetro: ciò significa che, sulla lunghezza che va dal tronco alla parte superiore della testa (circa 80 cm), è possibile effettuare 800 foto. Le immagini possono poi essere ingrandite centinaia di volte, per visualizzare ogni minima anomalia.
Ma il corpo umano non è un prodotto industriale standardizzato: è un organismo vivente di un’estrema complessità. La maggior parte di noi vive inconsapevolmente con organi o… cose nel proprio corpo che sono “troppo” questo o “non abbastanza” quest’altro… Andare a misurare tutto è il modo migliore per causare inutili ansie

(Ma questo per alcuni potrebbe essere conveniente.)

Cerca che ti cerca, siamo tutti malati

Lo studio della Cleveland Clinic fatto da patologi di Detroit (USA) nel 1980 sulla prostata1 ha rivelato che, se frugaste con un ago (biopsia), trovereste un “tumore alla prostata” nel 45% degli uomini di età compresa tra i 50 e i 59 anni. La percentuale di uomini presumibilmente con cancro alla prostata sale al 68% per quelli dai 60 ai 69 anni, e arriva all’82% per chi è tra i 70 e i 79. E anche tra gli uomini dai 20 ai 30 anni quasi il 10% ha già un “cancro della prostata”.

Questo significa che ci dobbiamo preoccupare? operare? Assolutamente no. La cosa importante è lasciare in pace questi uomini. Si agirà solo il giorno in cui il cancro alla prostata si manifesterà con sintomi esterni. Perché ora sappiamo che molti tumori non sono evolutivi, ed è proprio il caso del cancro alla prostata. Infatti:

  • Alcuni tipi di cancro si atrofizzano perché superano la capacità di apporto sanguigno dei vasi che li irrorano.
  • Altri sono identificati dal sistema immunitario dell’ospite che riesce a distruggerli.
  • Altri non sono aggressivi e ristagnano fino alla morte del paziente (per qualsiasi altra causa).
  • Altri ancora si evolvono così lentamente che, come sopra, i pazienti soffriranno e moriranno di un’altra malattia prima che la dimensione di quel tumore diventi pericolosa.

Ci sono molte cause biologiche che possono spiegare la mancata evoluzione negativa dei tumori: gli scienziati le stanno scoprendo ora.2
E questo è vero per molte altre “malattie”, che quindi non sono realmente tali.
Innumerevoli persone hanno dolori occasionali allo stomaco: se gli viene fatta un’ecografia, si trovano spesso calcoli biliari. Sono questi calcoli la causa del dolore? È difficile a dirsi. Tra le persone che non hanno mai avuto un mal di stomaco, allo stesso esame, troverete quasi altrettanti calcoli biliari.
Allo stesso modo, molte persone hanno dolori alla schiena o alle ginocchia. Fatele una risonanza magnetica e avrete grandi probabilità di trovare lesioni della cartilagine o un disco spostato o che esce dall’asse (ernia del disco). Ma la maggior parte di queste anomalie non sono la causa del dolore, perché anche in questo caso, molte persone che non hanno male al ginocchio o dolore alla schiena presenteranno tuttavia danni della cartilagine o ernie.
Se si esplora in dettaglio il sistema vascolare di una persona cardiaca molto probabilmente troverete piccoli aneurismi, tromboflebiti, emboli nell’aorta, gambe, polmoni… Deve prendere farmaci o subire interventi chirurgici?

Il problema è che, una volta fatta la “scoperta”, è molto difficile decidere, sia per il medico che per il paziente.

La tentazione quasi irresistibile di «fare qualcosa»

Una cosa è certa: se non viene fatto niente e il problema progredisce, il medico proverà un grande rimorso e potrebbe anche subire azioni giudiziarie o sanzioni dell’Ordine medici, mentre il paziente vivrà con l’ansia di una spada di Damocle sopra la testa.
Per “sicurezza”, entrambi in genere preferiscono (se possibile) intervenire: come minimo vorranno fare ulteriori esami, che a loro volta aumentano il rischio di scoprire altri problemi di salute ignorati prima.
Si tratta di un circolo vizioso, che in gran parte spiega l’aumento prodigioso delle dimensioni dei nostri ospedali, le code infinite ai pronto soccorsi, le spese sanitarie e la percentuale di persone che assumono farmaci ogni giorno e che si percepiscono come malate.

Aspettare di essere malato prima di farsi visitare?

Questo è quanto afferma il Dottor H. Gilbert Welch, esperto di screening di fama internazionale e professore al Dartmouth Institute for Health Policy and Clinical Practice (USA).

In passato le persone chiedevano il parere di un medico solo quando non si sentivano bene: aspettavano di soffrire presentando dei sintomi. Ma il paradigma è cambiato: la diagnosi precoce è diventata l’obiettivo del sistema sanitario.
Si ritiene che più precoce è la diagnosi, migliore sarà la cura.
Questo in alcuni casi può essere vero, ma c’è un rovescio della medaglia: troppe diagnosi possono rendere letteralmente malati quei pazienti che non lo sono, perché queste diagnosi portano poi a trattamenti e a cure per problemi che non sono poi così gravi (o, peggio, che non esistono proprio). Le cure non necessarie possono essere dannose, peggio delle malattie. (…)

La diagnosi precoce è diventato sinonimo di medicina preventiva: la medicina preventiva è vista intrinsecamente come “buona”, di conseguenza la diagnosi precoce può quindi essere solo positiva. Ma, in realtà, la diagnosi precoce non ha nulla a che fare con la prevenzione, visto che il suo unico obiettivo è quello di trovare la malattia, non di impedirne la comparsa. Ha solo lo scopo di individuare il problema all’inizio del suo sviluppo, in modo da impedirne le conseguenze. Ma molte anomalie non porteranno mai a conseguenze.3

 

La diagnosi precoce si traduce quindi nella creazione di milioni di persone che si immaginano malate, che vengo sottoposte ad esami e  spesso  ad interventi o terapie farmacologiche inutili.

Il Dottor H. Gilbert Welch aggiunge:

La vera prevenzione è quello che mi diceva mia nonna quando ero piccolo: non fumare, mangia la tua minestra e le tue verdure,  va fuori a giocare (con il messaggio subliminale: fai esercizio e scaccia via le tensioni). La sua idea era semplice: vivere in modo sano.

Ecco come non ammalarsi: e non si potrebbe dire meglio.

 

  1. W. A. Sakr, D. J. Grignon, G. P. Hass et collab., « Age and Racial Distribution of Prostatic Intraepithelial Neoplasia », European Urology, 30 (1996) : 138-144.
  2. W. J. Mooi et D. S. Peeper, « Oncogene-induced Cell Senescence – Halting ont the Road to Cancer », New England Journal of Medicine, 355 (2006) : 1037-1046 ; J. Folkman et R. Kalluri, « Cancer without Disease », Nature, 427 (2004) : 787 ; M. Serrano, « Cancer Regression by Senescence
  3. H. Gilbert Welch, « Overdiagnosed : Making People Sick in the Pursuit of Health », janvier 2012.

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