Sei in: Home | Lapacho: l’incredibile Pau d’Arco dell’Amazzonia

Lapacho: l’incredibile Pau d’Arco dell’Amazzonia

I guaritori dell’impero Inca usavano frequentemente, nelle loro prescrizioni, la corteccia di un albero dalle molteplici virtù terapeutiche che chiamavano Tajibo (traduzione: “colui che uccide i mali”). Diversi studi confermano ormai l’interesse terapeutico di questo albero, oggi comunemente chiamato Lapacho (e della sua corteccia), nel trattamento delle infezioni da funghi o parassiti, ma anche nel trattamento del cancro.

La corteccia di Lapacho (Tabebuia avellanedae lorenz ex Griseb) fu scoperta dagli indiani Kallawaya, guaritori Inca itineranti, che la fecero conoscere in tutto il Sud America.
Lapacho è l’unico albero ad essere del tutto immune alle aggressioni di funghi, ed era spesso utilizzato proprio per combattere le infezioni fungine ma, i guaritori tradizionali, lo usavano anche per trattare problemi della pelle come acne, eczema, herpes o psoriasi, ed era prescritto come analgesico per ridurre il dolore.
 Infine, le ricette tradizionali lo raccomandano anche per le cisti sebacee.

Un concentrato di minerali e di oligoelementi

Il Lapacho è un albero tipico del sud America, di cui ne conosciamo due tipi: Lapacho rosso a fiori scarlatti ed il Lapacho rosa porpora, che cresce nei climi più freddi del Paraguay e delle Ande.
È un albero dall’apparato radicale penetrante, che riesce ad estrarre concentrazioni eccezionali di sali minerali e oligoelementi dalle profondità del suolo.

La sua corteccia è ricca di calcio, ferro, magnesio, fosforo, zinco, cromo, silicio, manganese, rame, potassio, sodio, cobalto, boro, argento, oro, stronzio, bario…. Tutti elementi spesso carenti nella dieta moderna eppure necessari per il funzionamento e il rafforzamento del sistema immunitario, per un buon drenaggio epatico e per la vitalità quotidiana.

Inoltre, il suo alburno contiene non solo tannini, ma anche flavonoidi, noti per il loro potere neutralizzante degli ossidi nel sangue. Infine, Lapacho contiene cumarina (un fluidificante sanguigno), efficace come rigenerante del sangue, rivitalizzante, ipotensivo ed efficace contro mal di testa e debolezza cardiaca.
È anche privo di caffeina.

Alcaloidi specifici di Lapacho

Oggi, grazie alla preziosa guida dei terapeuti tradizionali, i laboratori di ricerca e le università di tutto il mondo sono interessati a “colui che uccide il male”.

I risultati confermano il sapere empirico dei guaritori: ormai è acclarato che la corteccia di Lapacho contiene sedici chinoni diversi. Questi chinoni, tra cui la vitamina K e il chinino svolgono un ruolo vitale in qualsiasi organismo vivente, vegetale o animale, legando il calcio a determinate proteine. Questo conferisce loro una doppia azione: da un lato attivano la circolazione sanguigna, dall’altro il metabolismo del calcio.

A questo proposito, riportiamo un interessante articolo scritto del Dottor Roberto Guastini, pubblicato nel suo sito.

La parte interna della corteccia (di Lapacho) contiene il Lapacholo ed il B-lapachone, ovvero chinoni di cui si conoscono ben 18 tipi tutti contenuti in questa pianta come i Naftachinoni il Lapacholo, il B-lapachone e xiloidone. Contiene inoltre anche carnasolo, indoli, coenzi-ma Q, tecomina, acidi idrossibenzoici e saponine steroidee.
La corteccia del Lapacho contiene anche elevate quantità di tannini ed ossalato di calcio.
Le saponine migliorano la disponibilità dei componenti attivi presenti nelle cellule accentuandone la solubilità in acqua e l’assorbimento a livello dell’apparato digerente.

Il Lapacholo fu scoperto da E.Paterno nel 1884 sotto forma di una polvere gialla simile allo zolfo, nel 1896 Hoker ne definì la formula chimica e nel 1927 Fieser sintetizzò questa sostanza la quale, come evidente, si conosce da molto tempo. Fu però nel 1956 in Brasile che si scoprì l’azione antibatterica e funghicida.

Successivamente il B-Lapachone si dimostò un chinone molto interessante per i meccanismi antivirali ed antitumurali, per la possibilità di interrompere la catena del DNA delle cellule patogene, di bloccare la replicazione del virus HIV ed interferire con con l’azione di autoriparazione delle cellule tumorali a seguito di chemioterapie o radioterapie.

Nel 1967, presso l’Università di Aberdeen si scoprì che conteneva altri principi attivi: acido paraidrossibenzoico, acido salicilico, quercetina, acido tannico, acido vanillico, acido anisico, acido veratrico e ve-rataldeide.
Si capisce dunque il perchè il Lapacho veniva anticamente usato per ridurre la febbre, curare ulcere e malattie veneree, malattie reumatiche e della pelle, eczemi, herpes e scabbia, persino nella cura del diabete in quanto il Lapacho sembrava inibire l’assorbimento di glucosio nell’intestino.

La svolta si ebbe in realtà solo col lavoro di Theodoro Meyer (1911-1972) docente di botanica e geografia presso l’Istituto ed Erbario Miguel Lillondi San Miguel de Tucumon in Argentina, il quale trattava col Lapacho, per lunghi periodi di tempo, pazienti affetti da cancro e da leucemie. I dati derivati dal suo laboratorio risulatavano sbalorditivi.
La maggior parte del lavoro di Meyer viene oggi considerato primitivo rispetto agli standards richiesti attualmente dalle ricerche, ma la semplice mole di questo lavoro dà una idea della efficacia del Lapacho.

Merito di Meyer, morto nel 1972, fu quello di far conoscere questa pianta al mondo scientifico definendola un “rimedio popolare ed una grande speranza per tutta l’umanità”.

Nel frattempo, nel 1960 circa, un medico brasiliano usò il Lapacho per trattare il fratello morente di cancro presso l’Ospedale Municipale S. Andrea con successo. Fu allora che il dott Orlando De Santi iniziò con successo a curare altri malati di cancro, seguito da altri medici. In quel periodo il Lapacho divenne una cura standard per il trattamento di alcuni tipi di cancro e per tutti i tipi di infezione negli istituti di medicina brasiliani.

Un collaboratore del dott Meyer, il dott Sebastiano Laet asserì che, sebbene i costituenti del Lapacho e la farmacologia non fossero ancora del tutto noti, i risultati non dovevano essere tenuti nascosti. In quel periodo riferiva di ulcere varicose guarite con un unguento ricavato dalla corteccia e correvano voci di guarigioni “miracolose”. Il governo brasiliano ordinò il divieto di tutte le dichiarazioni da parte dei medici coinvolti nella ricerca.

Fu solo nel 1981 che Alec De Montmorency ebbe il coraggio di rompere il lungo silenzio pubblicando una review di lavori clinici in Brasile e tutto questo riuscì a stimolare l’interesse del mondo per questa pianta.

Nel 1969 un medico paraguayano, il dott Prats Ruiz di Concepcion, dichiarò di avere trattato con successo tre casi di Leucemia in una clinica privata, pubblicando e diffondendo questi dati in sud America. I medici Americani in generale rimasero però sempre scettici nei riguardi di queste prove cliniche non ritenute complete, ciò stimolò comunque l’interesse delle idustrie farmaceutiche verso il Lapacho: si scoprì allora che nessun componente isolato del Lapacho si avvicina ad eguagliare l’attività combinata di tutti i costituenti, ossia, dell’intera pianta: col tempo si è infatti visto che le azioni terapeutiche di queste sostanze isolate, si sono dimostrate inferiori rispetto a quelle dell’estratto della pianta in toto poiché, accusa della continua purificazione degli estratti dei singoli costituenti, risultava piuttosto evidente una diminuzione dell’attività complessiva.

La sinergia o azione combinante dei vari costituenti attivi sembra infatti giocare un ruolo importante sia per l’azione antitumorale che antibatterica.

 

Lapacho: azione antitumorale e lotta contro la Candida Albicans

Quindi i chinoni, per un decennio, hanno attirato l’attenzione degli scienziati perché sono potenti antibiotici e farmaci antitumorali. Il parachinone e l’antrachinone sono noti per la loro azione sui radicali liberi e per la loro capacità di penetrare nelle pareti delle cellule tumorali (particolarmente difficili da penetrare) e di distruggerle dall’interno.

Il Dipartimento di Chimica dell’Università di Delhi ha evidenziato l’attività antitumorale di due chinoni presenti nella corteccia di Lapacho: il tecomachinone I e II.

Ognuno dei sedici chinoni è una sostanza che agisce con forza su molte funzioni biologiche.
Ad esempio, i due principi (isolati dal Dottor Meyer del National Cancer Institute negli Stati Uniti), lapacholo e xiloiidina, sono stati riconosciuti come antibiotici, antivirali e antinfiammatori molto efficaci. La xiloiidina si è anche dimostrata molto attiva contro diversi batteri e infezioni fungine, come Candida albicans o Mentagrofiti Trihofiton.

Come assumere Lapacho

La corteccia dell’albero si trova in erboristeria, tagliata a strisce sottili e da utilizzare per il decotto: due cucchiai in un litro d’acqua da far bollire a fuoco lento per 15 minuti e da lasciare in infusione per altri 15 minuti.
Berne due o tre tazze al giorno.

Lapacho è disponibile anche in capsule o in estratti, in modo da beneficiare dei principi attivi di tutta la pianta.

Sono comunque consigliati cicli di quindici-venti giorni al mese.

Lapacho in fiale: 15 giorni di cura

Lapacho
15 fiale per 15 giorni

Effetti collaterali e controindicazioni di Lapacho

Se assunto in quantità eccessive, può causare nausea e vomito. Rispetta sempre le dosi!
È inoltre rigorosamente controindicato per gli emofiliaci e per chi assuma anticoagulanti sanguigni.

 

2018-05-16T11:05:19+00:00

Scrivi un commento

NatureLab10:55