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La salute sì, ma non esageriamo

Ippocrate diceva che l’uomo saggio deve rendersi conto che la salute è il suo bene più prezioso.

Montaigne affermava che la salute è l’unica cosa che meriti vi si consacri tempo, sudore, beni materiali e persino la nostra stessa vita per raggiungerla; perché senza di essa la vita è difficile e opprimente.
Il poeta inglese Ben Jonson, contemporaneo di Shakespeare, dichiarava: “Oh salute, salute! La benedizione dei ricchi! La ricchezza dei poveri! Chi può ti compra a qualsiasi prezzo, poiché non vi è alcun piacere in questo mondo senza di te?” Lo scrittore Webster approvava, asserendo che ” l’oro che compra la salute non è mai mal speso” e Cartesio, nel suo Discorso sul metodo, precisa che la salute è, senza dubbio, il bene più grande e il più fondamentale in una vita.
E potremmo citare moltissimi esempi, in letteratura, per esprimere questa stessa idea.

Ma… e se questo concetto fosse errato?

Certamente esistono malattie e livelli di malattia tali da rendere la vita un peso, al punto che la morte sembra un’alternativa desiderabile Ma è sbagliato dire che la malattia, di per se, renda necessariamente la vita intollerabile o senza interesse.
Nessuno, ad esempio, pensa che il fisico Stephen Hawking sia un uomo sano; ma allo stesso tempo nessuno crede (riteniamo e speriamo) che la sua vita non valesse o non valga la pena di essere vissuta. Mozart soffriva di infezioni respiratorie frequenti, mal di testa e problemi dentali, e fu ucciso (probabilmente) dalla tubercolosi. Beethoven era sordo e depresso. Schubert era torturato dalla sifilide. Edith Piaf è stata afflitta da artrite reumatoide. Kennedy soffriva della terribile malattia di Addison (insufficiente produzione di cortisolo e di aldosterone, due ormoni essenziali per il corpo umano). Marie Curie soffriva di anemia aplastica, una carenza di cellule staminali che provoca affaticamento, mancanza di respiro, pallore. Napoleone Bonaparte, la mano nella sua posa classica, soffriva di un terribile cancro allo stomaco metastatizzato. Molière soffriva di epilessia, come Giulio Cesare. Baudelaire aveva la sifilide, Chopin la tubercolosi, Renoir artrite e reumatismi deformanti.
La lista è infinita.

Le cattive condizioni di salute non hanno impedito loro di esprimersi, di creare, di dare un importante contributo al mondo.

Spesso si presume che i tetraplegici preferirebbero morire piuttosto che vivere così. Ecco: questo non è quanto viene osservato dai medici che li hanno in cura. Dopo qualche mese di normale, giustificata e totale disperazione, la maggior parte di queste persone risale la china e torna ad essere… come prima. Questo non significa certo che tutti i tetraplegici sono gioiosi e non vi sono depressivo o potenziali suicidi tra loro, ma niente di significativamente diverso rispetto al resto della popolazione!

L’umanità è abituata alle avversità

Non siamo molto bravi ad anticipare le nostre possibili reazioni di fronte alle avversità: spesso diciamo “piuttosto morire che …” subire determinate prove o situazioni ma, il giorno in cui la prova realmente accade, di solito ci sorprendiamo molto nel renderci conto che:

  • non scegliamo assolutamente di morire;
  • scopriamo in noi una resistenza insospettabile.

E questo è vero di fronte alla malattia e, spesso, anche di fronte alle peggiori. Perché, che se ne sia o meno consapevoli, noi siamo “adatti” a vivere con grandi difficoltà, comprese le grandi infermità: e la storia dell’umanità ne è la prova, ed è l’eredità iscritta nei nostri geni e nel nostro sistema nervoso.
Noi siamo, per definizione, i discendenti dei più resistenti e dei più combattivi tra i nostri antenati e, per definizione, il risultato dei più forti tra gli esseri umani, eredi di coloro che sono riusciti, una generazione dopo l’altra, a sopravvivere fino all’età adulta e a riprodursi. Siamo quindi il prodotto di una rigorosa selezione che è stata fatta a favore dei più coraggiosi, dei più resistenti e, anche se il riconoscerlo può fare un po’ paura, dei più feroci. E per la maggior parte della nostra storia, la maggioranza (se non la totalità) degli uomini, hanno vissuto in condizioni di salute deplorevoli, almeno rispetto agli standard di oggi: servivano nervi d’acciaio per sopravvivere. Ma lo hanno fatto!

L’uomo è adatto a vivere con una malattia

Certo, i cacciatori-raccoglitori erano più in salute rispetto ai primi agricoltori, e persino rispetto agli europei del XVIII secolo. Ma questo significa che la loro aspettativa di vita (esclusa la morte violenta) era di 40 anni, contro i soli 30 per gli altri. Nessuno poteva ragionevolmente aspettarsi di vivere 70, 80 o addirittura 100 anni, come è invece diventato frequente oggi: accadeva solo in rarissimi casi.
Studi recenti hanno dimostrato che le scimmie antropomorfe (quelle che assomigliano di più agli uomini) come gli scimpanzè, gli oranghi o i gorilla, soffrono praticamente tutti di un problema di salute qui o là: sono tutti, a modo loro, disabili e/o malati.

Ma questo non impedisce loro di vivere e perdurare.

Riconoscere che la vita è bella, nonostante le difficoltà

È degno di nota che l’umanità non abbia mai trovato il suo destino così terribile de abbandonare volontariamente la voglia di vivere e di dare la vita, anzi: i periodi più difficili sono spesso quelli in cui la fertilità aumenta di più. Vedi il “baby boom”, che è iniziato durante la Seconda Guerra Mondiale, e vedi il tasso di fertilità nei paesi più poveri, che è sempre più alto rispetto agli altri. Perfino gli indiani d’America dopo l’arrivo dei conquistadores hanno continuato a volere dei bambini! E anche gli schiavi nelle piantagioni li volevano, quando li autorizzavano a farne. Ovunque nel mondo e in qualsiasi epoca (tranne forse nella nostra) l’umanità ha sempre ritenuto che la vita fosse così desiderabile da essere trasmessa non appena de ne presentava l’occasione. Questo non dimostra forse che, nonostante tutto, la vita continuasse a valer la pena di essere vissuta?  Eppure per la maggior parte del tempo le condizioni di vita erano difficili. Nel XVI secolo, in Europa, il rischio per una donna di morire di parto era di una su dodici. Nel XVIII secolo, a Parigi, la metà dei bambini morivano prima di raggiungere i 5 anni d’età.
Ma né nell’arte né nella letteratura, troviamo elementi che suggeriscano quanto i contemporanei trovassero la vita insopportabile. Al contrario, l’espressione della disperazione esistenziale si è diffusa in concomitanza (e proporzionalmente) al miglioramento della salute degli individui! Mai come nella nostra epoca si sono fatte rappresentazioni cupe, violente, oscure e senza speranza: la visione della vita espressa dai poeti e compositori del passato sembra molto più leggera, gioiosa, positiva!
E forse questo non è un caso.

Di fronte al pericolo, preservare la vita a tutti i costi

Quando la vita è appesa a un filo, nessuno si chiede se valga la pena o no: sembra ovvio che la si debba a tutti i costi preservare. Ma quando diventa facile e interminabile, improvvisamente le persone ne mettono in discussione il valore, il significato, l’interesse…
Beh, senza voler suggerire di non prendersi cura della propria salute e benessere, sarebbe opportuno essere ragionevoli a riguardo: e prendere i nostri mali, le nostre prove, il nostro dolore con una giusta distanza, non consentendogli di invadere la nostra vita al punto da ossessionare noi e magari infastidire chi ci sta accanto.

Perché la salute è importante, ma VIVERE lo è ancora di più!

2017-03-12T22:28:25+00:00

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