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Digital food: la pazza rivoluzione biologica

Per produrre un hamburger serve un litro di petrolio.

Corrisponde al carburante necessario per trattori, macchine e camion per coltivare i campi, occuparsi degli animali, trasportare i prodotti e trasformarli. Pulizia, preparazione, cottura, confezionamento …

Ma ne serve anche per produrre i fertilizzanti: l’ingrediente principale di quelli chimici è il nitrato di ammonio, prodotto partendo da combustibili fossili.

L’ammonitrato è quel noto fertilizzante che talvolta esplode durante la fabbricazione, come nella catastrofe dello stabilimento AZF di Tolosa nel 2001, e molti altri (Ocean Liberty a Brest, West Fertilizer in Texas nel 2013, porto di Tianjin in Cina nel 2015).

La produzione alimentare è responsabile del 30% delle emissioni di gas serra.

Un modo decisivo per proteggere l’ambiente sarebbe quello di mangiare biologico o, ancor meglio, coltivarsi da soli i propri ortaggi.
Fattibile? Non per tutti.

Produrre cibo senza combustibili fossili

Siamo tutti consapevoli che il mondo è sempre più pazzo, ed ecco che adesso è possibile coltivare senza energia fossile. Ma non si tratta di un “ritorno alla terra”: al contrario, di un “grande balzo in avanti” (verso il precipizio?).

Non v’è più terra, più animali e persino più il sole.

Viene presentato come un metodo di coltivazione più “pulito” e tutto accade in un bunker, che potrebbe anche essere sotterraneo, illuminato da LED.

Sono gli olandesi, gli esperti dell’agricoltura senza terra, che hanno lanciato gli esperimenti.

Come gli olandesi hanno inventato il “cibo digitale”

Lo sai che la frutta e la verdura venduta nei supermercati proviene principalmente dall’Olanda?

Questo è sorprendente per un paese sovrappopolato e molto piccolo, dove la gran parte dei terreni sono stati sottratti al mare attraverso complessi sistemi di dighe e drenaggi; da cui i famosi mulini a vento olandesi, che non servono per macinare il grano ma per pompare l’acqua dai canali verso il mare per mantenere il terreno quasi asciutto.

Inoltre è un paese situato a nord, dove fa freddo, e dove in inverno le notti sono lunghe.

Come gli è venuta l’idea di competere con Italia, Francia e Spagna nella produzione di ortaggi?

Grazie ai depositi di gas naturale che hanno trovato al largo delle loro coste nel Mare del Nord.

Invece di bruciare stupidamente il gas in cima ai pozzi (come ancora fanno in molti paesi), gli olandesi hanno avuto l’idea di utilizzarlo per riscaldare le serre. Il gas naturale, essendo utilizzato nelle vicinanze, è così gratuito. E questo è un vantaggio rispetto ad altri paesi che, nonostante il clima più favorevole, hanno una stagione invernale in cui il riscaldamento delle serre è costoso.

Questo sistema ha permesso agli olandesi di accaparrarsi il mercato di frutta e verdura fuori stagione: da decenni vendono pomodori, zucchine e melanzane in pieno inverno!

E noi, naturalmente, ci abbiamo preso gusto.

Abbiamo tutti dimenticato che un tempo da novembre ad aprile, nei supermercati, si trovavano solo cavoli, vecchie carote, patate, barbabietole, qualche porro, cipolle e alcuni fagioli.

Era difficile aspettare la nuova stagione, a maggio, per il primo radicchio, le prime lattughe, scalogni, spinaci e poi, a giugno, le patate novelle e i piselli…

Comunque, il dato di fatto è che gli olandesi sono gli esperti mondiali della coltivazione in serra e fuori terra.

Hanno costantemente migliorato le loro competenze in agroingegneria fino a pretendere, oggi, che si ottengono migliori risultati con un illuminazione a LED, senza luce solare.

Stiamo quindi parlando di Digital Food.

Coltivare senza il sole

Da bambini impariamo che il Sole è all’origine di tutta la vita sulla Terra. Beh, è ​​finita.

La società olandese Deliscious è la prima azienda a coltivare in uno spazio completamente chiuso, dove le verdure crescono su sette livelli sovrapposti.

I fondatori, i fratelli Roy e Mark Delissen, esperti di logistica e di agronomia, spiegano che, in proporzione alla superficie coltivata, il sistema consente una produttività sette volte superiore a quella delle serre tradizionali.

In natura una pianta può impiegare un centinaio di giorni per raggiungere un’altezza di 20 cm. Grazie al loro sistema, saranno sufficienti trenta giorni. I fratelli affermano di aver trovato la giusta “ricetta” di luce per una crescita ottimale.

Fare meglio della natura?

La luce del sole è composta da tutti i colori dell’arcobaleno. “Ma, alla fine, servono solo il rosso e il blu degli infrarossi per operare la fotosintesi”, spiega Mark Delissen nel documentario Digital Food.

“Ogni colore ha un suo effetto, e le piante sono molto sensibili. È possibile manipolarne il gusto regolando la quantità di blu e di rosso. Se si aggiunge più blu, si ottengono piante molto diverse. È sorprendente come la natura reagisca a questo.”

Spiegano infatti che aggiungere più blu ha l’effetto di “allungare” la pianta: si estende più.

Altri vantaggi della coltivazione a LED in ambiente chiuso sono:

  • non richiederebbe pesticidi;
  • si risparmia l’80% di acqua;
  • protegge le piante dall’esposizione a sostanze inquinanti (in particolare glifosato) presenti nell’acqua piovana.

Il sistema è al momento costoso, perché l’illuminazione a LED è una nuova tecnologia, un po’ come i computer negli anni 80. Ma i fratelli Delissen spiegano che il prezzo scenderà drasticamente nei prossimi anni, e che questo metodo di coltivazione potrebbe estendersi, e perfino generalizzarsi.

Arrivano i giapponesi…

Ma una società giapponese di Yokohama si è lanciata nella gara e, sembra, fare ancora di meglio.

Puoi guardare questo documentario (in inglese): https://www.youtube.com/watch?v=extgjud6ME0

Il loro sistema, installato in un semplice contenitore di 6 m di lunghezza, permette di coltivare tanta lattuga quanto su una superficie di 970 metri quadri, cioè quasi 60 volte di più. 1 500 lattughe in una trentina di giorni!

Sostengono inoltre che le lattughe così coltivate sono migliori rispetto alla lattuga naturale (cresciuta nella terra e al sole):

  • sarebbero più tenere;
  • più apprezzate dagli anziani;
  • i nutrienti forniti in modo ottimale le rendono più ricche di vitamine e di polifenoli che se crescessero all’aperto.

Il documentario spiega che questa è la soluzione affinché le popolazioni urbane possano continuare a mangiare verdure di qualità nonostante il calo dei terreni agricoli e l’inquinamento.

Dove andiamo?

Come per tante altre prodezze tecnologiche e mediche, possiamo “sentirci” più o meno a… disagio, con il progresso.

Così il sole alla fin fine non è più indispensabile?

E non è neppure l’ideale per la coltivazione delle piante?

Il disagio forse è istintivo. Forse a torto.

Queste innovazioni potrebbero essere formidabili?

È possibile vivere in totale rottura con la natura?

Può la tecnologia sostituirsi efficacemente a tutto?

Non abbiamo una risposta.

Saremo felici di vivere sotto vetro su Marte, mangiando lattuga coltivata sotto LED? Fermiamoci qui. E che ciascuno di noi tenti di vederci chiaro, in questa oscurità.

2017-06-21T12:57:00+00:00

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